/No place like home

/Learn more about us

/Our awesome team

/Get in touch with us

Il QR code è morto. Poi è risorto. Poi nessuno se ne è accorto.

Il QR code è morto. Poi è risorto. Poi nessuno se ne è accorto.

Nel 2012 i pubblicitari lo davano per finito. Apparso a metà degli anni Novanta in una fabbrica di componenti per auto in Giappone, il QR code era arrivato in Europa con la promessa di rivoluzionare la pubblicità: inquadri, scopri, compri. Solo che nessuno inquadrava. Le riviste smisero di stamparli, le agenzie sorridevano imbarazzate, e quei quadratini in bianco e nero finirono nella stessa cartella mentale dei QR sui cartelloni autostradali: una cosa che si fa per moda, finché non si capisce che nessuno la usa.

POI È ARRIVATO IL 2020

Bastato un virus per resuscitarli. Menù dei ristoranti, green pass, accessi ai musei, moduli per il check-in. In due anni il QR code è passato da reperto archeologico digitale a infrastruttura quotidiana. Si è infilato sui flyer, sui biglietti da visita, sulle vetrine, sul packaging. Lo abbiamo inquadrato senza pensarci. E i clienti, finalmente, anche.

OGGI VIVE OVUNQUE. SOPRATTUTTO DOVE NON SERVE.

Il problema, adesso, è opposto. Il QR code è ovunque, anche dove non aggiunge nulla. Sul retro di un biglietto da visita che porta a una homepage senza informazioni di contatto. Sul volantino di una pizzeria che rimanda a una pagina Facebook ferma al 2019. Su un manifesto in autostrada — sì, di nuovo — pensato per essere inquadrato a 130 km/h.

Stampare un QR è facile. Stampare un QR che serva a qualcosa è un’altra cosa. Serve sapere dove porta, perché ci porta, e cosa trova chi atterra. Serve testarlo prima di mandarlo in produzione (qualche centinaio di volantini con QR rotto e la giornata è andata). Serve dimensionarlo bene: troppo piccolo non si legge, troppo grande sembra un buco nero appoggiato sul layout.

UN PEZZO DI CARTA CHE SI APRE

La verità è che un QR code stampato bene è la cosa più vicina a un’iperlink fisica che abbiamo. Trasforma un biglietto da visita in un portfolio, una brochure in un video, un’etichetta in un certificato di provenienza. È il punto in cui il marketing cartaceo smette di essere statico e inizia a parlare con il telefono in tasca.

Ma resta uno strumento. Non un’idea. Inquadrare deve valere la pena.

LA DOMANDA

L’ultima volta che ne hai stampato uno — sul tuo biglietto, su una locandina, su un’etichetta — l’hai inquadrato tu, prima di mandarlo in stampa? E ti sei chiesto cosa avrebbe trovato chi lo inquadrava?

No Comments

Sorry, the comment form is closed at this time.